ArtVerona, una fiera che dà spazio e voce al migliore sistema italiano. La parola a Silvia Evangelisti.

Docente e vicepresidente della Scuola di Lettere e Beni culturali di Bologna, ha diretto per dieci anni Artefiera a Bologna e da quest’anno è entrata nel board di ArtVerona come consulente.  In questa breve intervista, abbiamo cercato di cogliere qualche piccolo segreto del mestiere e di capire cosa rende una fiera un appuntamento di mercato dal quale non si può prescindere.

Quali elementi ritiene siano più interessanti nel percorso di ArtVerona e come si costruisce una strategia per dare carattere ed identità non scontati ad una fiera?

ArtVerona è nata all’aprirsi del nuovo millennio, precisamente nel 2004, con il dichiarato e coraggioso progetto di rivolgersi alle gallerie d’arte contemporanea italiane – questo non significa certo una limitazione nei riguardi di artisti internazionali naturalmente.

A mio parere una strategia di questo genere, oltre ad essere come dicevo coraggiosa, testimonia soprattutto una concezione di fondo aperta e non provinciale. Nel campo dell’arte contemporanea noi italiani, critici, galleristi e artisti, patiamo una situazione di sostanziale emarginazione dal grande mercato internazionale del contemporaneo, e ciò avviene nonostante nel nostro paese operino galleristi e artisti di straordinaria qualità.

Senza entrare nel merito delle molte ragioni che determinano questo fatto, e senza sottovalutare gli interessanti ma rari esempi di impegno per superare questo gap, spesso siamo noi stessi a non sostenere con forza il nostro mercato, preferendo non di rado esporre alle fiere internazionali artisti non italiani e non facendo un vero gioco di squadra tra gallerie italiane. Questo, a mio parere, è provincialismo.

ArtVerona si è subito posta in controtendenza rispetto a questo atteggiamento, non inseguendo un’internazionalità di secondo livello ma cercando di dare spazio e voce al migliore sistema italiano.

E questa è, oggi, un’identità certa e preziosa della fiera veronese. D’altra parte i galleristi e i collezionisti, i principali attori di una fiera, sono oggi, dopo le ubriacature degli anni a cavallo del passaggio del secolo, molto attenti ed informati e sono ben attrezzati a riconoscere un evento interessante da uno scontato.

ArtVerona punta anche a far conoscere ai collezionisti, attraverso nuove sezioni espositive, le realtà straniere presenti nel nostro Paese e le gallerie italiane all’estero, con l’obiettivo di coinvolgere le gallerie dell’area mitteleuropea: in questa prospettiva come si inserisce il rapporto con Viennacontemporary? Mira alla costruzione di un’area di mercato privilegiata o altro? 

Se prima ho indicato come identità forte di ArtVerona la sua orgogliosa dichiarazione di essere di madre lingua italiana, ciò non deve tramutarsi in una gabbia: il sostenere la propria identità non esclude la possibilità di un’apertura verso gallerie estere, così come la nuova direzione artistica di Adriana Polveroni sta mettendo in campo.

Il tema, infatti, non è quello di una assoluta nazionalità, bensì – come sempre – quello della qualità delle proposte, che devono essere selezionate con grande attenzione e rigore. Questo, io credo, rende una fiera interessante e diversa dalle decine e decine di manifestazioni del genere.

La sinergia con Viennacontemporary mi sembra un’ottima strada per ArtVerona e non solo per il grande interesse che le ricerche contemporanee dell’est europeo stanno riscuotendo in tutto il mondo, ma anche per una sorta di affinità culturale che unisce il Veneto all’Austria, fondata su una comune radice culturale mitteleuropea.

Non credo si tratti di costruire una specifica area di mercato privilegiato (ben venga, comunque!), quanto piuttosto di costruire una visione diversa e più identitaria dell’esperienza artistica di questa parte d’Europa, che tanto ha dato alla cultura e all’arte mondiale negli ultimi due secoli.

Certamente c’è molto da lavorare, ma mi sembra che Adriana Polveroni e lo staff di ArtVerona non si faccia impaurire da questo!