“L’esistenza è meravigliosa nella sua relativa debolezza”. Dialogo con Luigi Ontani, protagonista della mostra Il mio corpo nel tempo ad ArtVerona

Artista dall’immaginario ibrido, affabulatore, eccentrico, ha lavorato fotografia e ceramica, acquarello e cartapesta, Luigi Ontani è uno dei protagonisti della mostra Il mio corpo nel tempo. Lüthi, Ontani, Opalka che apre la stagione autunnale delle rassegne d’arte del 2017. In programma alla Galleria d’Arte Moderna A. Forti – Palazzo della Ragione e curata da Adriana Polveroni e Patrizia Nuzzo, è uno dei principali Collateral della 13^ edizione di ArtVerona.

In abito verde di seta tessuto a mano, scarpe di coccodrillo appuntite “come quelle di certi sarti zoppi di paese” e una spilla che lo ritrae in uno dei suoi più celebri ritratti metà uomo e metà satiro, Luigi Ontani è come un’apparizione fuori da ogni tempo e ogni luogo.
Nell’acuto ritratto che Goffredo Parise ne fece sulle pagine del Corriere della Sera del 1983 lo descrisse come un “Narciso innocente e folle, perennemente sotto i riflettori non della cronaca, ma dei passanti”.
Autodidatta -frequenta solo un corso di nudo- si innamora degli scritti di Apollinaire, Palazzeschi, Pirandello. Negli anni Sessanta si recava all’antica bottega Federici di Bologna dove scopriva l’elaborazione dell’artigianato, in particolare delle cornici e delle dorature. Si lascia affascinare dal ready-made, ma sfugge a qualsiasi tipo di corrente o di definizione perché il suo è un eterno tentativo di esprimere “l’impossibile, l’improbabile, l’eccezione”.
Le sue parole sono voli pindarici, virtuosismi nei quali ci si perde come in un viaggio trasversale alla cultura di tutti i tempi e di tutte le forme, dalla letteratura alla geografia, al teatro, all’arte, naturalmente.

 

Eclettico, poliedrico, demiurgo, sultano, ma soprattutto “Narciso”, come spesso viene definito. Un Narciso che non soccombe di fronte alla sua stessa immagine, ma ne esce sempre trionfante. Come viene rivelata questa idea diversa di Narciso nelle sue opere?
L’avventura nell’arte è stata un sentiero condotto dal mio desiderio di arte. La tavolozza è lo scorrere della mia vita, anche se l’idea è un’idea di apparizione e di fissità dell’immagine che rimane statica mentre la mia idea varia. All’inizio del mio viaggio in arte c’è una contemplazione del mio Io come in quella immagine del Narciso alla sorgente del tutto e del niente.

Il suo è un linguaggio classico che lo rende trasversale a qualsiasi corrente artistica. C’è un filo conduttore nel suo citazionismo che verrà rappresentato da diverse opere in mostra, ovvero che cosa la attrae degli artisti quali Michelangelo, Guido Reni, de Chirico?
L’immagine di me stesso è un omaggio all’identità altrui che esprimo e reincarno per leggerezza o per seriosità. Questi artisti sono come una mappa di riferimenti non per stilemi, ma per affinità relativa fisiognomica. Il citazionismo è una continuità di un viaggio di identità e il ripercorrere l’identità di questi personaggi per affinità relativa non è né caricatura, né esaltazione.

In tutta la sua parabola artistica ci sono delle forme plastiche costanti come l’erma e la maschera. La maschera di se stesso che non smette mai di riproporre. La maschera rivela o nasconde?
La maschera fisiognomica della mia identità diventa il calco delle erme estetiche in cartapesta o in ceramica. Bisogna distinguere tra la maschera di me stesso che non è quello che vedo, ma ciò che voglio esprimere perché ha delle devianze rispetto all’originale, le maschere nel mondo realizzate attraverso la collaborazione di artigiani di Murano, Faenza e Vietri e quelle di fantasia e ritualità che si nutrono degli elementi della tradizione dei luoghi dove le ho espresse, da Bali alla Thailandia, al Messico al Giappone nelle quali catturo elementi di folklore e li rielaboro attraverso la mia fantasia. Così la mia identità è un po’ più misteriosa, non così esibita, spero.

Nell’epoca degli Achrome e degli Untitled, le sue opere sono un tripudio di colori, con cornici barocche e titoli mirabolanti. Qual è il rapporto tra il Logos e il contenuto dell’opera?
Così come per carattere si desidera viaggiare, per esprimermi io attingo alle radici che vanno dall’archeologia ai linguaggi del contemporaneo, nel pieno rispetto della contemporaneità e di personalità eclettiche contemporanee come Lucio Fontana. Non mi sono nemmeno reso conto di questa diversità del mio percorso perché non mi sono mai espresso per “dispetto”. Il mio è un tentativo di cogliere la ritualità del fantasticare, un’illusoria seduzione dell’apparizione di un’immagine.

Cosa rappresenta la componente temporale? Le desta preoccupazione lo scorrere del tempo?
Come senso e come ideale mi sono sempre compiaciuto di atemporalità. Ho accettato quasi senza rendermene conto il trascorrere del tempo e non me ne sono preoccupato. Era una preoccupazione di chi osservava l’origine della mia avventura, erano gli altri che avevano questa preoccupazione, non era la mia. Infatti non ho mistificato né falsificato il mio essere perché non lo colgo come problema. Non sono per le deformazioni aggiunte: l’esistenza è meravigliosa nella sua relativa debolezza, quindi accetto anche il trascorrere del tempo.

 

Al termine dell’intervista Luigi Ontani si è congedato con un “Viva l’arte”, un mantra che ripete spesso, al punto tale da essere diventato il messaggio della segreteria telefonica della sua casa romana, che fu lo studio di Antonio Canova. Quasi a dire che l’arte era insita nel suo destino.