Intervista a Norma Jeane

Quando si parla con Norma Jeane, solitamente e silenziosamente ci arrovelliamo sul tema dell’identità risalendo tra mondi diversi, quelli del cinema e dell’arte, dive e artisti maledetti, pseudonimi e questioni di genere, sistemi e incongruenze. Una curiosità umana, assolutamente attuale, che nel caso di questa artista ci spinge però a riflettere sul confronto tra dimensione pubblica e privata, che è poi alla base di molte tra le sue ricerche.

E d’altronde ciascuno sa che per un artista affermare la propria riconoscibilità è elemento fondante per la sua carriera. Ci si pone quindi la domanda diretta – chi è Norma Jeane – a fronte di progetti internazionali che da anni l’artista realizza. Noi non rispondiamo. Nessuno risponde. Quindi spostiamo necessariamente l’attenzione sulla sua ricerca e la sua poetica, forse gli unici elementi, pur sempre passibili di interpretazioni originali e diverse, per giungere a una risposta. Per questo non ci resta che presentare Norma Jeane ponendole alcune domande…

A Bergamo con Contemporary Locus nel progetto “Blow Up” hai lavorato in una cabina dei taxi dismessa: 1 metro x 1 metro x 2 metri di vetro e metallo arrugginito dal tempo… Ora qui a Verona la tua grande installazione site specific sarà alle Gallerie Mercatali, gigantesco edificio di inizio Novecento, ex mercato ortofrutticolo nel quale la figura umana scompare… Che cosa a ti ha colpito delle Gallerie Mercatali nelle quali ArtVerona ti ha chiesto di immaginare un tuo nuovo progetto?

Le Gallerie Mercatali sono un’architettura splendida e elegante che colpisce soprattutto per le dimensioni fuori scala. Un po’ come in una cattedrale la forma sembra venire incontro più a esigenze simboliche che pratiche. È proprio questa sensazione di spaesamento che ha innescato il progetto Loony Park. La volta parabolica dal sapore retrofuturista, l’ampiezza ininterrotta della superficie orizzontale delle navate, l’assenza di dettagli ergonomici…pochi o nessun elemento sembrano concepiti per interagire con le persone. Le Gallerie sono uno spazio altero e indifferente nella sua maestosità, tuttavia aperto e in qualche modo accogliente.

Leggendo il testo che Paola Tognon ha scritto per il catalogo di ArtVerona, possiamo solo immaginare la tua installazione site specific intuendo che al suo interno vi sia qualcosa di inaspettato ma non evidente, di anti-partecipativo e dis-funzionale nel quale però il singolo spettatore può essere spettatore e attore, oggetto e soggetto della stessa sceneggiatura, costruttore o distruttore…  Cosa succede nelle tue opere? O meglio cosa potrà succedere in Loony Park?

Loony Park non è un luogo pensato per le persone. I suoi abitanti sono macchine che vengono dal mondo dell’intrattenimento ciascuna delle quali esprimerà la propria natura e funzione senza curarsi del pubblico. È uno spazio anarchico in cui la forma prende vita liberando la funzione dall’utilità. Le macchine, fisiche o immateriali (algoritmi) poco importa, hanno una loro identità specifica e a me piace pensare che questa sia animata da una particolare coscienza di sé in cui la funzione è causa e effetto del loro modo di essere, in modo non troppo dissimile dalle creature biologiche. In questo senso l’esperienza del pubblico non sarà troppo diversa da una camminata nel bosco o da un’immersione subacquea: interazione senza controllo in un ambiente non antropico. Lo stesso Path Festival che avrà luogo nelle mercatali venerdì sera sarà una celebrazione dell’esistenza inorganica, tra beats, loops e sequenze semiautomatiche di suoni elettronici.

I temi che affronti sono spesso di natura antropologica e sociale: con Shybot ti sei interrogato sui rapporti tra l’uomo e l’Intelligenza Artficiale, con All Artist are Liars hai parlato dell’etica dei comportamenti degli artisti. Che cosa interessa o rappresenta Loony Park? Un luna park dimenticato o impazzito? Una festa senza appuntamento?

Loony park non rappresenta, Loony Park è. Sarà il pubblico nelle sue dinamiche collettive o nello sconcerto individuale ad avere (forse) la necessità di darsi nuove rappresentazioni del rapporto tra umano e meccanico, naturale e artificiale. In definitiva è uno spazio fuori dalla comfort zone che potrebbe rivelarsi più confortevole di quanto si possa immaginare…

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