ArtVerona intervista Gianni Pettena

ArtVerona intervista Gianni Pettena, artista di Chi Utopia mangia le mele

Nella mostra curata da Adriana Polveroni e Gabriele Tosi, Chi Utopia mangia le mele, Pettena è stato invitato a ricostruire nel chiostro di questo magnifico spazio restaurato di recente, l’opera realizzata nel ’72 che si apre oggi a nuove possibilità interpretative.

E’ stato strano incontrare Gianni Pettena nella cornice di uno dei più begli esempi di architettura neoclassica settecentesca di Verona, quello dell’antica Dogana. Lui che negli anni Settanta si è definito “anarchitetto”, ovvero architetto anarchico, e che per lo scatto di gruppo di coloro che avevano deciso di partecipare alla Global Tools, si fece fotografare con un cartello in mano che diceva “Io sono una spia”, a testimonianza del suo desiderio di non restare imprigionato in una carriera universitaria o in un ruolo. Nella mostra curata da Adriana Polveroni e Gabriele Tosi, Chi Utopia mangia le mele, Pettena è stato invitato a ricostruire nel chiostro di questo magnifico spazio restaurato di recente, l’opera realizzata nel ’72 che si apre oggi a nuove possibilità interpretative.

 

Untitled, esposta in mostra, è il rifacimento di Tumbleweeds Catcher, un’opera realizzata nel ’72 all’Università di Salt Lake City, che faceva parte di una trilogia.

Nel contesto di un luogo classico come questo, come si evolve il rapporto tra la natura e le forme architettoniche?

L’opera del ’72 era nata dal desiderio di concedere ad un brano di Natura l’ingresso in città. Le tumbleweeds sono i cespugli che crescono selvaggi nei deserti americani e che acquisiscono una forma diversa, una dignità, una volta morti. Le reti che delimitano le autostrade in America si riempivano di tumbleweeds e impedivano a questi cespugli di entrare in città. Così ho pensato di creare una struttura che li accogliesse.

Il contesto dove oggi, invece, ho ricostruito questa mia opera è molto diverso. E’ un chiostro magnificamente restaurato, inno alla cultura e al razionale del tempo in cui fu costruito, al quale viene contrapposta una struttura i cui materiali sono apparentemente deperibili, come erano le tumbleweeds. Mentre, però, gli edifici si limitano a trasferire l’immagine della cultura del nostro tempo, parlando per secoli o millenni, la Natura, all’apparenza così fragile, parla per ere geologiche. Questa presenza naturale ha il senso di proporzionare rispetto al proprio tempo lo scopo della comunicazione dei vari episodi culturali che si trasformano in architettura.

 

L’architettura è statica o dinamica per Gianni Pettena?

L’architettura dovrebbe essere sempre anche percepita come dinamica, soprattutto nei nostri tempi. Non c’è nulla di più dinamico della statica architettura.

Io scelsi di studiare Architettura perché per me era la sintesi delle arti, di tutti i modi espressivi, dalla poesia al cinema, ma la via vera scuola di architettura, intesa come il linguaggio attraverso cui esprimere il proprio tempo, è stata il cinema, il teatro, gli amici artisti.

L’architettura è la mia donna e io non ho mai pensato di mandarla a battere in un parco per la mia sopravvivenza materiale. E’ la donna che amo, quella che idealizzo, con cui tuttora faccio all’amore.

Questa maniera di pensare all’architettura non è stata solo mia, molti artisti sentivano la difficoltà di rapportarsi a spazi urbani che erano il risultato solo di investimento di capitali.

 

Robert Smithson e Gordon Matta Clark li hai conosciuti in America proprio negli anni in cui è nata quest’opera. Cosa condivide della Land Art?

Della Land Art condivido la libertà di sperimentare dei linguaggi che superano in qualità di arte ambientale l’utilizzo passivo di un interno o di un esterno, nonché l’introduzione di materiali altri, non intesi per un’architettura destinata a scopi pratici. A me dell’architettura interessa il linguaggio che essa parla, quanto del divenire culturale del tempo si trasferisce nella dinamica dello spazio.

La Land Art è nata soprattutto grazie ad artisti che si sono trasferiti nel vuoto di un deserto, ricostruendo un linguaggio di relazione con un contesto fisico, delusi dal modo in cui gli artisti e gli architetti pensavano alla città.

Questi miei pezzi che utilizzano brani di Natura sono anche un inno alla sensibilità ambientale che da sempre sostengo ci debba portare a rispettare il nostro pianeta, senza costringerci a cercarne un altro.

Intervista a cura di Maria Marinelli, ArtVerona

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