ArtVerona intervista Vittorio Corsini

ArtVerona intervista Vittorio Corsini, artista di Chi Utopia mangia le mele

Tra quattro giorni Verona accoglierà fino al 2 dicembre una mostra dedicata al tema dell’Utopia nella sede della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio. L’idea è venuta ad Adriana Polveroni, direttrice artistica di ArtVerona, che ha curato la mostra assieme a Gabriele Tosi.

Lo spazio classico della Dogana settecentesca entra in relazione con la staccionata bianca di una villetta americana, così come con una casetta ribaltata a testa in giù: da qui nascono nuove suggestioni, nuovi modi di interpretare sia le opere contemporanee che le architetture stesse.

 

Nella mostra Chi Utopia mangia le mele ci sono due opere tue, Luce gialla del 1997 e Xenia del 2011. A distanza di anni come si è evoluta la riflessione sul concetto dell’abitare uno spazio?

Il tema dell’abitare mi ha accompagnato fin dagli esordi della mia ricerca ed è cambiato nel tempo così come è cambiato il nostro abitare. Il concetto di casa oggi non è più luogo di appartenenza, ma di realizzazione.

Luce gialla (1997) appartiene ad un momento di ribaltamento dove mi interessava ciò che accadeva all’interno, il suo mistero, la sua poesia. Questa luce calda, morbida ci fa capire che qualcosa là dentro sta avvenendo. Il concetto di casa è trasversale a qualsiasi tipo di lettura di ordine architettonico, politico o sociale.

Xenia (2011) è la rappresentazione dell’accoglienza, prima ancora che nella nostra società questo tema diventasse un’emergenza. Nell’antica Grecia lo xenos era lo straniero, ma anche l’ospite, la persona sacra. Sedendoci su questa panchina siamo accolti da una voce, un racconto, un incontro -scritto e recitato da Matteo Bussola- dove siamo noi i protagonisti di una storia che si fa assieme.
Nella tua ricerca da cosa è rappresentato il concetto di Utopia?

Tutto il mio lavoro è incentrato sul rapporto con le persone dove questa utopia accade, non sta in un altro

mondo.  Credo che nell’arte pubblica ci sia da prendersi per mano perché abbiamo perso per strada i fili dello stare insieme.

Il ruolo dell’arte è quello di dare un segnale di unione, esprimere una necessità insita in noi come lo stare insieme che è un’esigenza primaria.
Questa mostra arricchisce di valori semantici il concetto dell’Utopia, conferendogli a volte la forza del non ancora accaduto e altre volte aggiungendo una prospettiva altra rispetto all’esistente. In un contesto sociale delicato come quello attuale, una tale idea di Utopia può indicare un futuro diverso? 

Sono malato di un’utopia costruttiva, non fine a se stessa, che è l’inizio di un percorso individuale, intellettuale, morale. Non sono attaccato né al linguaggio né alle forme, ma sono le ragioni che conducono all’opera il vero filo conduttore della mia ricerca.

L’Utopia è la capacità di confrontarsi con l’altro, con il diverso, lo sconosciuto ed è un’Utopia realizzabile perché vivibile che fa parte del nostro quotidiano, del nostro modo di essere al mondo.

 

Intervista a cura di Maria Marinelli, ArtVerona

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